Il Corpo & l’Anima
Tante interviste in una!

L’Infanzia L’Adolescenza Gli Inizi Il Lavoro Gli Uomini
La Famiglia I Figli Il Sesso L’Età La Personalità

Tradurre in parole Stefania Sandrelli è sempre un pò tradirla, tradire la sua dimensione fondamentale che è quella "fisica": il ridere, il sorridere, il gioco di luci e ombre che sono il suo viso e il suo corpo. È che dovresti ricorrere ad aggettivi antichi e un pò ridicoli: voluttuosa per esempio.
Gli uomini che l’hanno intervistata, negli anni, si sono improvvisati quasi tutti dei D'Annunzio. Le donne, un’Oriana Fallaci, tanti anni fa, hanno cercato di metterla in ridicolo. Come ha raccontato il giornalista Massimo Fini, la Sandrelli è l’unica sconfitta nel carnet di vittorie della mitica Oriana. Pare che Stefania l’accogliesse masticando chewing-gum e leggendo Topolino. Pare che reagisse torpida alle sue domande. A un certo punto la Fallaci si alzò e disse: «Scusi, signorina, proprio non ce la faccio». E andò via senza intervista. Ma lei ha vinto su tutti: a distanza di anni, di quell’intervista dice e sorride: «È stata colpa mia, lei, la Fallaci, è così brava, e simpatica. E poi è toscana, come me».

Di Stefania Sandrelli si dice da anni - a volte tra le righe, a volte con franchezza- che non sia intelligente. Sarà anche vero (del resto, questa storia della stupidità degli attori, specie gli attori famosi, è una costante. Il critico teatrale newyorkese John Simon disse una volta che in ventanni di carriera ne aveva conosciuto solo due col cervello acuminato: Max von Sydow e Vittorio Gassman), sarà anche vero, ma a leggere certe battute che Stefania ha sparso qua e là nelle interviste, c'è da nutrire qualche dubbio. Come fa ad essere sciocca una signora che alla domanda: «Lei è femminista?» Risponde: «Credo proprio di sì. Ma spero che questo non mi affatichi troppo».

In jeans e T-shirt nera, allungata sul tappeto della sua casa sulla via Cassia piena di ombra, tranquilla, i capelli sciolti, Stefania Sandrelli non sembra la diva che ha girato un’infinità di film.
Piuttosto fa venire in mente una vecchia amica, una donna appena matura conosciuta tanto tempo fa. E si offre alla curiosità di chi la intervista con la furberia innata di chi sa che la sua arma migliore è proprio l’inconsapevolezza, qualche citazione sbagliata, la forza seduttiva di una frase messa male, e però offerta con un sorriso irresistibile.

L’infanzia
Le foto in mostra nel suo lungo soggiorno chiaro, aperto sul verde, ci dicono che la stagione preferita da Stefania è l’estate.
La madre, bella in costume anni quaranta, la vita stretta, l’onda bionda e il sorriso identico a quello della figlia; il padre giovane, bello anche lui, in maniche di camicia sullo sfondo dei pattini; il fratello sulla sabbia con i boccoli biondi («Lui sì che era davvero stupendo»). C'è persino uno stabilimento di bagni primo Novecento, tutto verniciato in bianco e azzurro, con le tende a vela («Prima si chiamava Caboto, poi è diventato Aurora»).

Passioni e delusioni. Ribellione. Sei il classico esempio della donna che ha vissuto un’infanzia terribile e che ha cercato di abbandonare il suo porto delle nebbie rifiutando ogni forma di convenzione.
«l’infanzia terribile non mi appartiene. Anzi, nei miei ricordi, Stefania mi appare come una fille gâtée, la bambina viziata, coccolata, a cui tutti regalavano tutto purché concedesse un sorriso o una smorfietta. Ero legatissima a mio padre, anche se mamma Florida la sentivo più complice e intima. I miei genitori si divertivano a stuzzicarmi. Mi stringevano tra di loro nel lettone, lo stesso in cui sono nata e in cui ancora dormo. Papà cominciava ad accarezzarmi, poi la mamma, di soppiatto, gli toglieva la mano e continuava lei. Io me ne accorgevo e spalancavo gli occhiacci risentiti. Florida, toscana dispettosa, si divertiva molto. Questi giochi nel grande letto di casa sono il mio primo ricordo. Mio nonno poi mi cantava i motivi delle opere celebri tenendomi stretta stretta alla sua guancia tanto che sul mio volto restava a lungo il rossore provocato dalla sua barba ispida.»

Nessuna giustificazione alla tua ribellione e ai tuoi successivi colpi di testa. Un’infanzia, dunque, come tante altre, che non ti ha lasciato nessun segno.
«
Nessun segno particolare, nessuna ambizione frustrata soltanto una folle e ingenua voglia di giocare. La vita era un gioco e forse continua ad esserlo ancora oggi che sono madre di famiglia. Sono cresciuta all’aperto, per strada e le amicizie sono state sempre la cosa più importante. Soprattutto quei famosi 6 cugini, che diventavano sette maschietti con mio fratello Sergio, maggiore di me di sei anni»
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L’adolescenza
Quel nugolo di ragazzini ha formato la tua adolescenza. Al maschile o al femminile?
«
Non lo so, so solo che con loro facevo a pugni volentieri, a volte per difendere le mie cuginette, tutte più timide. E quante volte mia madre dice di avermi sorpresa a fare la pipì contro il muro assieme ai maschietti per vedere chi riusciva a spruzzare più in alto. Un’adolescenza stupenda, dunque, senza traumi, vissuta in una città dove si respira un’aria particolare di estrema civiltà, dove si vive l’Italia migliore: Viareggio.
Il mare d’inverno contemplato al ritorno da scuola o dalla lezione di danza, la grande casa su tre piani affollata di nonni e cugini in cui sono nata, la pensione gestita da mio padre Otello, le corse in bicicletta in campagna (che per me è solo quella pisana, eccitante e dolcissima) e l’animatissima villeggiatura a settembre, con mamma e cugini, vicino al monte Pania.
Non ho mai amato troppo la scuola, ma i giochi quelli sì! Viareggio d'inverno è una qualsiasi città di provincia mentre con la bella stagione si anima di villeggianti e novità. Forse è per questo che per me, d’estate, qualsiasi cosa, un gelato, una passeggiata, un flirt, hanno sempre avuto il sapore dell’avventura.
La nostra pensione ospitava soprattutto famiglie. Stavamo al piano di sopra e c'era un gran da fare. Lavoravano tutti e anch'io a volte davo una mano. Ma appena potevo scappavo al mare o allo struscio con un’amica lungo il corso, a guardare e farsi guardare.
Mostrarmi alla gente mi è sempre piaciuto, come recitare. Ero una scimmia. Quando gli uomini hanno cominciato ad allungare le mani però non mi piaceva più e ho smesso. Ero bruttina e secca secca e degli amorazzi di quei primi anni non ricordo neppure più le facce. Solo un ragazzino di Parma mi è rimasto impresso.
Veniva ai bagni Aurora, ci fu una festa sulla spiaggia. Abbiamo ballato tutta una sera guancia a guancia, "Everything to me" cantava Neil Sedaka, ah se mi sentivo felice tra le sue braccia, non pensavo minimamente allora che di lì a poco sarei diventata un’attrice, che avrei girato tutti i film che poi ho girato.
Comunque non sono tutti ricordi privi di ombre. Un incubo mi ha tormentata a lungo dopo la morte di mio padre: sognavo un’enorme buca sulla spiaggia di Viareggio, buca in cui, prima o poi, sarei precipitata.
La scoperta della morte di papà è stata un vero trauma per me, nessuno me ne aveva parlato. Ero appena tornata da una lunga vacanza e giocavo in un assolato pomeriggio estivo viareggino, a persiane chiuse e porte aperte per scacciare la calura.
D'improvviso, sento i miei cugini sussurrare: «Avete capito, non bisogna dire a Stefania che è morto suo padre». l’ho saputo così.
Ho infilato la testa sotto un mobile e ho pianto tantissimo, senza farmi vedere, sola come un cane. Ancora oggi non so se questo mi abbia resa più forte o più fragile. L’unico dramma vero della mia vita è stato l’aver perso i miei genitori. Mio padre è morto quando avevo 9 anni e mia madre
quando ne avevo 24. In nessun momento della loro vita mi è, però, mancato l’affetto.»
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Gli Inizi
«Allora sognavo di studiare ballo e musica, di andare a Genova alla scuola del maestro Ugo Dallara. Ma il cinema mi è sempre piaciuto. Mi camuffavo da grande per entrare nelle sale che proiettavano film solo per adulti. Viareggio era una piazza di lancio per i film, che a volte vi giungevano prima che a Firenze
Vedevo anche due film al giorno, e da allora non ho più abbandonato quest’abitudine. In un certo senso è a Viareggio che si è compiuta la mia formazione artistica. E mio fratello Sergio è stato il mio primo regista. La passione per il cinema accomunava lui e Giuliano Vasilicò, fratello di Luisella, la mia amica del cuore. Giravamo anche film, di giorno e di notte. Costruivamo i riflettori con i contenitori di panettoni rivestiti di carta stagnola e una lampada sul fondo. Avevamo perfino il ciak e le comparse. Il mio debutto è avvenuto verso i 12 anni , in un “Dracula” girato sulle dune della Versilia. Avevamo una gran passione per i film gialli, per le sceneggiature paurose, per i vampiri ed i cimiteri. La “pazzia” per il cinema, per lo spettacolo, mi accompagnò fino ai 15 anni, quando cominciai a fare il cinema vero. All’incontro con il cinema sono arrivata giocando, correndo in bicicletta, partecipando con le amiche ai concorsi di Miss Ninfetta. Mi ero accorta che piacevo, certo. A Viareggio capitava di stare spesso con i pantaloncini corti: io, ogni giorno, mi mettevo di schiena allo specchio e mi contorcevo tutta per vedermi dietro. Il sedere, insomma, perché avevo capito che gli uomini guardavano soprattutto quello. Cercavo di capire cosa avesse di straordinario e a poco a poco ho cominciato a pensare che, sì, in fondo era carino. Comunque sia, il prologo cinematografico in Versilia deve avermi aiutato. Quando Germi, nel 1961, mi chiamò per il provino in “Divorzio all’italiana”: mi è sembrato tutto assolutamente naturale. Germi mi aveva visto sulla copertina di “Le Ore”, che a quell’epoca non era affatto un giornale scandalistico: una ragaz-zina in gonna scozzese e maglia verde scollata, fotografata nel mare e nel cielo azzurro di Viareggio.»

Ascoltare Stefania Sandrelli è tonificante. Basta lasciarsi andare, arrendersi alla sua istintiva vitalità e quando esci dalla sua casa ti senti più ottimista, più allegra, più felice di esistere. Ma attenzione: non cercate di farla filosofeggiare, di metterla di fronte a bruschi quesiti, tipo “cosa ne pensi di” ne cavereste ben poco. Stefania non è una spettatrice della vita, è una protagonista. Se non le ponete argini lei vi prende per mano e vi porta nel suo mondo: le sue parole, a volte teneramente sgrammaticate ma sempre a valanga, formano racconti brevi, che si interrompono, che si accavallano, che si dimenticano, e che alla fine si ricompongono con grande genuinità e buonsenso.
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Il Lavoro
Quali ricordi conservi di Pietro Germi e Antonio Pietrangeli?
«Germi era un vero poeta della macchina da presa: viveva sul set, gioiva e soffriva davanti e dietro la macchina da presa. A volte ho avuto l’impressione che l’Italia e il pubblico lo avessero dimenticato troppo presto, a differenza di ciò che è accaduto all’estero, dove è stato giudicato “un maestro” da Billy Wilder e tanti altri nomi del Gotha del cinema. Fu Germi a farmi capire sino in fondo la mia passione per il mestiere di attrice: io ero una bambina innamorata dello spettacolo, dei sogni del cinema e lui mi aiutò ad esprimermi. Sapeva essere dolce e terribilmente egoista sul set, ma intere generazioni di attori si sono formate con lui. Io ricordo che , dietro la macchina da presa, vedevo i suoi occhi ridere e poi appannati dalle lacrime mentre spiegava a noi attori un momento particolarmente intenso».

E Pietrangeli?
«Antonio mi ha fatto interpretare un film straordinario come “Io La Conoscevo Bene”, sceneggiato da Ettore Scola, uno dei registi italiani contemporanei che preferisco.»

Sono in molti a considerarti la principale presenza femminile del cinema italiano, eppure la tua carriera ha conosciuto momenti critici…
«È vero, ho attraversato momenti critici, ma la mia crisi era corrispondente alla crisi del cinema italiano… Ho partecipato a film che peraltro non rinnego, ma allora che cosa si girava di valido in Italia? Ora la crisi è superata: sono il termometro del cinema italiano. Non a caso mia madre mi chiamava “Mercurio” da piccola.»

Come spieghi questo boom di Stefania Sandrelli?
«Il mio futuro sta nel mio passato, scrisse una volta un critico, parlando di me. Aveva azzeccato. Il grande cinema che io ho avuto la fortuna di fare rappresenta la base, l’impalcatura della mia carriera. È come un busto che mi ha protetta sempre. Anche nei periodi neri, nelle esperienze meno felici.»

Quali?
«Negli anni scorsi, quando mi chiamava Vanzina o Corbucci
io non dicevo mai di no. D’accordo non erano Scola, Comencini o Bertolucci, ma io mi sentivo comunque in dovere di lavorare, con affetto e dedizione. Bene. La grande scuola di cinema che ho avuto, con Germi, con Monicelli, con Bertolucci, ha rappresentato il sostegno che mi ha permesso di essere, non dico perdonata, almeno giudicata con occhio filtrato. Mi ha consentito di cadere sempre in piedi.»

I tuoi ultimi film hanno titoli autorevoli: hai gettato via per sempre “La Chiave”?
«Ho girato moltissimi film, diversi dei quali difficilmente scivoleranno nell’oblio, poi dopo La Chiave mi è stata appiccicata addosso l’etichetta di attrice erotica. È stata un’etichetta che mi è pesata, ma quello che mi pesa di più sono i malintesi, che vorrei
chiarire una volta per tutte, su tutti i fronti, sia sul fronte erotico, sia su quello moralistico.
Il romanzo La Chiave del giapponese Tanizaki mi è piaciuto infinitamente, quando l’ho letto nella sceneggiatura di Tinto Brass. Mi ha fatto sentire il bisogno di cimentarmi con un personaggio diverso. Così non ho avuto paura di spogliarmi, di recitare nuda in un copione valido. Sono stata per molti anni un’eterna ragazza del cinema italiano di volta in volta ingenua, maliziosa, tenera, disponibile. Con La Chiave sono diventata una donna, una madre di quasi 40 anni che, nell’Italia fascista (uso questa parola per esprimere un modello di educazione, una passività femminile di intere generazioni di madri) scopre la propria sessualità repressa. Potrà sembrare a molti una dichiarazione sciocca, ma corrisponde a verità. Il personaggio di questa donna mi ha fatto pensare a mia madre, a una generazione di donne vissute nell’ombra dell’educazione, dei pudori cattolici, del senso del peccato. Interpretarlo per me è stato importantissimo
Altrettanto è stato per Una donna allo specchio, un ruolo che in un certo senso mi riguarda più da vicino… lei, Emanuela, la protagonista, non ha colpe e peccati di cui liberarsi. Fa tutto in modo naturale, senza morbosità, e questo è un qualcosa che un pò mi assomiglia. Il nudo, l’erotismo sono forme, modi di espressione. Purtroppo, c’è stato chi ha voluto vederli in un’altra maniera, e così è caduta la distinzione tra erotismo e pornografia
».

Non pensi che i registi attenti all’erotismo abbiano forse problemi personali, inibizioni, repressioni da risolvere?
«E se anche fosse? Perché condannarli? Ci sono stati illustri poeti e letterati che hanno lavorato sull’erotismo. Il sesso fa parte della nostra vita: perché bendarsi gli occhi? La Chiave ha dato fastidio a molti perché smaschera certe debolezze represse e le smaschera con ironia e senso dell’umorismo.»

Sullo schermo tu, più di qualsiasi altra, hai dato grandezza alle illusioni e alle delusioni sentimentali delle donne: merito di registi o sceneggiatori oppure il cinema che hai interpretato pensi anche di averlo scritto, in qualche modo, con il tuo viso e il tuo corpo?
«Oh, sì: quelle donne, che sono stata e sono sullo schermo, sono io... Io sono quella donna esagerata che vado raccontando nei miei film.»

Tu sei riuscita ad essere altrettanto credibile sullo schermo nel ruolo di moglie e di amante, di oscuro oggetto del desiderio e di mamma per sempre. Come hai fatto?
«Io credo che per essere credibile in qualsiasi ruolo bisogna un pò sabotare il ruolo stesso: non farlo mai fino in fondo… io ho fatto la madre, ma ci ho sempre messo dentro anche la donna; se ho fatto la donna con la "D" maiuscola, ci ho sempre messo dentro anche un poco della madre, e via dicendo. È una ricetta che va bene anche nella vita.»

Puoi spiegare che cosa intendi quando affermi che con la Tv hai un rapporto più responsabilizzato?
«Quando faccio le mie scelte nel cinema non tengo conto del
pubblico, agisco secondo i miei puri desideri e sono più libera. In Tv è diverso... mi rendo conto che quest’apparecchio è in tutte le case e che la gente riceve le mie immagini e le mie interpretazioni senza averle scelte, come avviene invece nel cinema. Il rapporto con il pubblico, quindi, per me è molto diverso, appunto più responsabilizzato. Non si può far finta di ignorare che la Tv entra di prepotenza nelle case, che ha una funzione formativa, che influenza tanta gente.»

E Stefania Sandrelli da che cosa si sente influenzata?
«Da tante cose…dalla gente, per esempio, dai rapporti. Io amo essere conquistata e i rapporti, la gente, mi conquistano molto… Perciò ogni tanto devo tirare fuori gli scudi e difendermi.»

Si dice che il successo comporti molti sacrifici, che complichi la vita, che corrompa… Com’è che in te non c’è nessun fondo amaro o depresso?
«Io ho un temperamento solare: sono felice della mia vita , mi piace il mio lavoro, credo nei grandi amori.»

La carriera quanto ha interferito nel privato?
«Tantissimo. Infatti ho fatto fuori un mucchio di persone che volevano perdere tempo, mentre io non ne avevo.»

Rimpiangi qualcosa della tua formazione artistica?
«No perché mi ritengo molto fortunata. Però se rinascessi, per formarmi dedicherei più tempo al teatro. Come poi ho consigliato a mia figlia Amanda. Comunque, una volta cercai di frequentare dei corsi di formazione. Ma scappai subito: non mi sentivo adatta.
Ero più avanti o più indietro.»

Avverti particolari differenze quando il regista è una donna?
«No. Le registe non le ho mai sentite diverse in quanto donne, anche se ho capito che una regista donna vive, mentre un regista uomo guarda. Certo, con le donne il messaggio può arrivare prima. Basta intendersi con gli occhi. Comunque anche i miei registi maschi avevano tutti una sensibilità femminile . Anche Germi. E questo mi ha sempre aiutato. Nel lavoro per me è molto importante capirsi presto e bene, in modo diretto.»

C’è qualche elemento del film dove lavori o intervieni di più?
«Sui dialoghi sono sempre intervenuta, anche con frasi storiche. Mi sono sentita sempre molto libera. I registi lo sanno e si comportano di conseguenza. Persino Germi o Scola mi hanno sempre interpellata. Anche per le battute in inglese. Quando ci sono cose che non riesco a dire, devo cambiarle, adattarle.»

Ci sono scene particolarmente difficili per te?
«Solo con il pianto ho dei problemi. Siccome io sono prima spettatrice che attrice, vedo molte scene melense di pianto e ne diffido molto. Il pianto è una rappresentazione intima. È molto più bello e più forte non vederlo.»

Hai dei film non fatti?
«Tanti. Il primo è stato La Noia. A non volermelo far fare è stato Gino Paoli, ma anch’io non ero del tutto convinta. Avevo letto il copione e mi ero spaventata, non mi sentivo pronta. La Ragazza di Bube, invece, avrei voluto farlo. Di Carlo Cassola, toscano come me, avevo letto tutto. Le sue figure femminili mi affascinavano, personaggi davvero immensi. Ma il produttore, Franco Cristaldi, imponeva contratti lunghi, settennali. Non ho mai accettato rapporti così duraturi, da impiegata. Claudia comunque è stata bravissima. Forse io avevo solo l’età più giusta. Anche Il Giardino dei Finzi Contini di De Sica avrei voluto fare. Avevo letto il romanzo di Bassani . Lo scrittore mi stimava molto ed era d’accordo che interpretassi Micol. È stata una delle poche volte in cui ho fatto il provino con il batticuore. Ma il produttore voleva risparmiare. E io avevo già preso così poco con Divorzio che non me la sono sentita. De Sica poi non insistette per avermi e così scelsero Dominique Sanda, la mia amica con cui stavo girando Novecento. È stata molto brava, solo che non era italiana.»

Ci sono stati altri grandi rifiuti?
«Fui contattata per L’Ultima Donna di Ferreri, ma per le complicazioni sentimentali che avevo con Gerard Depardieu rifiutai. Cosi anche per Salon Kitty di Brass. Non mi piaceva il periodo storico, il Nazismo, in cui era ambientata la storia. Non volevo dargli alcun tipo di sostegno. Fui anche molto corteggiata per Il Portiere di Notte della Cavani. Allora ero molto magra. Avevo appena allattato Vito che mi aveva succhiata tutta. Ma non mi fidavo di un personaggio che, talvolta, risultava anche risibile. Dopo il mio rifiuto, il personaggio fu cambiato. In precedenza, avevo rifiutato corag-giosamente e contro il parere di mia madre, gli ultimi lavori di Germi: Serafino e Le Castagne Sono Buone. Non mi convincevano sceneg-giatura e dialoghi. Un film invece che non ho fatto perché ero incinta di Amanda è stato Giulietta degli Spririti di Fellini. Dovevo fare l’amante di lui che poi, con molti tagli, è stato fatto da Sylva Koscina. Comunque con Federico non avrei mai potuto lavorare: non dava mai sceneggiature complete, solo qualche paginetta.»

Hai mai pensato di andare a Hollywood?
«Le occasioni ci sono state. Oltre a Il Padrino, dove comunque Coppola mi disse subito, molto gentilmente, che si trattava di una piccola parte, mi contattarono per I Morituri, un film con Marlon Brando e Yul Brynner, e un western A Sud-Ovest di Sonora, ancora con Brando, ma allora non conoscevo bene l’inglese. Devo ricono-scere però che l’America non mi è mancata. Ho avuto tanto lavoro in Europa. E poi avevo visto emigrare Sophia, Claudia, Virna Lisi. Valutai che sarebbe stata una trappola per un personaggio come me.»

Quando andrai in pensione?
«Ci sono già! Ho maturato i contributi necessari per il vitalizio. La cosa mi riempie di soddisfazione. Sono una lavoratrice dello spettacolo: quante alzatacce per andare al trucco all’alba, quanti cestini ingollati in fretta. E poi le ferie, i miei quindici giorni sacrosanti d’estate , da spendere all’Argentario, i mie quindici giorni invernali che passo sulla neve in Svizzera. Sono una lavoratrice anche sindacalizzata, che solo in tempi recenti si è guadagnata qualche giorno in più per fare un viaggio extra con il mio compagno. Purtroppo la mia pensione è piuttosto modesta. Una buona scusa per continuare a lavorare sino a 80 anni.»
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Gli Uomini
«Gli uomini sono meravigliosi, quando non fanno i cretini. A me per esempio, quando un uomo mi piace, mi viene di toccarlo, di carez-zarlo, di accartocciarlo. Sono esagerata in tutto. Nel cibo e nell’amore, nell’affetto e nell’amicizia. Non ho mai imparato a risparmiarmi. Mia madre lo diceva sempre: “Stefania tu sei pazza a chiedere tanto”. Ho sempre chiesto tanto e sono stati e sono in molti a darmi ciò che voglio. Ma attenzione… se non ricevo non do un cavolo.»

Com’è che sono stati molto più belli, anche più intriganti, gli uomini che ti hanno diretta nei film di quelli che ti sei scelto nella vita? Scola, Bernardo e Giuseppe Bertolucci: uomini in confronto ai ragazzacci che hanno fatto e fanno un pezzo di strada con te…
«È vero che ho avuto un pò di ragazzacci… Chi sa, forse perché io sono materna… È vero che ho avuto registi affascinanti, anche come uomini. Però sono contenta che siano rimasti solo registi nei miei confronti. Forse perché io sono prepotente, e la mia prepotenza ha bisogno di uomini che mi facciano tenerezza, anche se non ce n’è uno che io abbia mai comandato fino in fondo.»

Tra i tuoi tanti uomini, oggi chi ricordi di più?
«La vecchia canzone della vita ci dice che l’amore più importante è l’ultimo. Se arrivo alla tenera età di 80 anni e trovo un marito da sposare, allora sarà quello l’uomo della mia vita. Certo, guardando indietro, ne ricordo uno e basta: Gino Paoli. È stato quello più amato, quello che mi ha fatto soffrire di più. Inattendibile dal punto di vista sentimentale. Pieno di difetti da far schifo. Pazzo. Gatto che va e viene quando vuole, che regala e toglie senza ragione. Come si fa a non amare perdutamente un uomo così. E poi diciamo la verità: Paoli lo si può amare solo così. Se n’è accorta anche Amanda per fortuna. Con Gino c’incontrammo alla Bussola. In realtà io ero andata lì apposta perché quella sera lui cantava. A me piaceva molto e volevo incontrarlo. Mi ero anche messa un bel vestito verde acqua, con una striscia di raso intorno alla scollatura. Lui mi vide e mi invitò a ballare e, siccome ero piuttosto carina, mi stringeva. Poi però mi chiese quanti anni avevo e quando sentì che erano solo quindici si staccò bruscamente. Lui era già un uomo di 25 anni. L’indomani naturalmente mi telefonò e cominciò a frequentare i miei amici. Era buffo. Scherzando, mi prendeva sulle ginocchia. Poi facemmo una passeggiata sulla spiaggia e cominciammo davvero. “Guarda che è sposato”, mi avvertì una mia zia. Sì, era vero, ma io non ci badavo, stavamo assieme otto ore al giorno e anche la notte se io riuscivo a raggiungerlo. Mi dicevano tutti: “Ma guarda che Gino è brutto” e invece io lo trovavo di una bellezza così sconvolgente. Era così carino quando si toglieva gli occhiali e mostrava gli occhi indifesi, chiari, curiosi di un mondo inquietante.
Andò avanti nove anni, ma fu un amore difficile. E quando mi disse che sua moglie avrebbe avuto un bambino volevo lasciarlo. Invece, dopo pochissimo, aspettavo Amanda che nacque ai primi di ottobre. Lui era molto amico di Luigi Tenco e per un certo periodo il nostro fu quasi un rapporto a tre. In un certo senso ci completavamo. Tenco per esempio era molto dolce e sensibile e quando avevo bisogno di un consiglio mi rivolgevo a lui.»

Paoli non era geloso?
«Era gelosissimo, di tutto e di tutti, e se fosse stato per lui avrei fatto trentacinque figli e nessun film. Per questo ad un certo punto l’ho lasciato. Lui non sarebbe mai cambiato e io dovevo andare avanti. Lo so qual’era il progetto di Paoli: sistemarmi in una bella casa alla periferia di Milano, con tanti figli, e lasciarmi credere , almeno per un pò, che potevo giocare ancora con il cinema. Ma per me il cinema non era più - e forse non lo è mai stato - solo un gioco. E quando nel '65 , si è trattato di interpretare “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli, avevo tenuto testa anche a Paoli, contrario al film.
All’epoca Gino influenzava molto le mie scelte, ma quella volta mi sono impuntata; ho affrontato liti a non finire per quel film.
E ho vinto.»

Lo rimpiangi?
«Oh no, non rimpiango mai i miei amori finiti: sono felice che lui oggi sia felice con un’altra donna.»

Con Niki Pende invece come andò?
«Al tempo de Il Conformista mi ero stabilita definitivamente a Roma. Mi gettai nella vita notturna e qualche tempo dopo conobbi Niki. Mi divertiva molto, lo trovavo esuberante, pieno di carinerie, ed era anche molto appassionato, come dire… si era proprio innamorato di me. Ed io credo di essermi innamorata del suo amore. Aveva quasi la febbre per me… E dopo due anni mi sono ritrovata un suo figlio dentro. Giravo allora Alfredo Alfredo , era il 1972 : non ebbi timore nemmeno in quella circostanza. Anzi, decidemmo di sposarci ed io continuai a rimandare il matrimonio solo per colpa del lavoro. Finché non arrivò il fatidico giorno delle nozze.»

Quando ti sei sposata con Niki Pende sei entrata ufficialmente in una delle famiglie più note di Roma. Che impressione ti ha fatto?
«Ci sono stata molto bene, mi sono sentita subito accolta con molto affetto. Il padre ci aveva dato una casa molto bella sul Lungotevere, era come un sogno, avevamo tutto, mobili stupendi, argenteria. Mi sentivo una regina. Ho creduto molto in quel matrimonio, e forse perciò non mi sono più risposata né vorrei risposarmi. Passammo un periodo meraviglioso. Poi cominciammo a litigare da pazzi finché nel 1977, ci separammo. Mi trasferii di nuovo, con i miei figli, in una casa sulla Cassia, dove abito tutt’ora. Ricominciavo tutto daccapo, ma non proprio da zero. In quel periodo infatti, stavo con uno scultore, arredatore, architetto: Mario Ceroli. Lo sapevano tutti...
Ci divertimmo ad arredare la mia casa, ma lui rimase sempre nella sua. Lo stesso è avvenuto nelle mie successive relazioni, quelle (entrambe durate due anni) con Umbert Barsan, un produttore francese molto giovane, e con Dodo Bertolli, un vecchio amico d’infanzia. Poi ho conosciuto Giovanni Soldati, col quale vivo tuttora il rapporto più atipico della mia vita. L’amicizia è forse l’elemento più essenziale di questa relazione. Non si trattò di un coupe-de-foudre, a lui mi sonno affezionata piano piano. Conobbi Giovanni sul set di Novecento e non pensai come spesso mi era capitato:“me lo mangerei”… Con lui ho imparato a costruire per gradi una relazione. Sono sempre così contenta di vederlo accanto a me.»

È un pò arduo da capire. Che ci trovi in Giovanni Soldati? Sembra un orasacchiottone di peluche…
«Mi mette una gioia infinita. Sai che qualche tempo fa abbiamo litigato? Gli feci le valige e se ne andò. Ebbene, per cinque giorni sono stata sul letto a piangere. Non avevo più voglia di niente e mi vedevo ormai come una monaca. Per fortuna il noviziato è stato breve. Giovanni è ritornato. Siamo una coppia ben assortita, un binomio formidabile: sesso e gola.»

Come hai fatto ad innamorarti di uomini così diversi tra loro?
«In tutti gli uomini che mi sono piaciuti c’era e c’è sempre qualcosa di poetico»

Ci hai fatto un pensierino su De Niro ai tempi di Nocevento?
«Un pensierone. Lo posso tranquillamente dire perché Giovanni lo sa. Me lo trovai d’avanti un giorno che era seduto dentro un’auto della produzione. Mi affaccio dallo sportello e lo vedo con quella faccia. Quel naso. Ecco io non so che farei per quel tipo di naso.»

Che significa per te stare con un uomo?
«Riuscire a vivere meglio anche nella propria pelle. Forse non è tutto, forse non è giusto. Ma a volte mi basta. Ed è un bisogno più forte di me.»

Quindi, un uomo…
«…deve garantirmi innanzitutto uno stato di eccitazione, uno stato magico. È una delle poche cose della vita che subisco, che non riesco a governare. Ma mi fa tanto piacere.»

Ti capita mai di pensare “gli uomini, che mascalzoni”?
«Ma no! Degli uomini, penso sempre meglio. Anche se ho avuto delusioni. So anche soffrire, io.»

E come li hai scelti…come li scegli gli uomini della tua vita?
«Niki diceva sempre che si vedeva da lontano quando sceglievo un uomo, uno che mi piaceva: diceva che in quel momento incominciavo a sorridere con le gengive… Mah, non lo so come scelgo e perché: mi scatta una cosa elettrica dentro, una cosa fisica.»

Amori che diventano affetti, matrimoni che si trasformano in profonde amicizie. Come fai ad ottenere tutto questo?
«Gli uomini che ho amato li ho amati davvero. Spesso ho rischiato, ho sofferto, ho fatto soffrire. Ma non ho mai recitato. Forse io ho goduto di una libertà maggiore per i miei tempi, e mi sono sempre potuta permettere il lusso di scegliere, sia in amore che nel lavoro. Non ho mai avuto la necessità di stare con un uomo per tirare avanti, né con un produttore o con un regista per avere una parte in un film.»

Chi ti hanno capita di più, nella vita, gli uomini o le donne?
«Posso rispondere parlando dei miei figli: Amanda e Vito, una donna e un uomo appunto. Con Vito ho un cordone ombelicale fortissimo. Però chi mi capisce di più è mia figlia.
C’è questa grande, grandissima differenza, per cui le donne sono le donne, e gli uomini sono gli uomini. Gli uomini io li amo. Però li temo anche: ho paura di essere annientata. Con le donne, sto meglio: mi sento a casa.»
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La Famiglia
«La famiglia per me è sempre stata importante perché è qualcosa che resta. Solo che la mia è diventata così grande. Siamo in tanti, è una famiglia di anarchici organizzati, con gente fissa e gente che gravita in casa. C’è Amanda con il piccolo Rocco e il marito, Blas Roca Rey; Vito con la moglie… e la figlia… Poi c’è Giovanni e Sergio, mio fra-tello, che vive a due passi da me. Poi c'è Gari, il secondo marito di mia madre, che mi ha seguita da Viareggio e da anni vive con me. “Gli uomini della mia vita passano, solo Gari resta».
Gari
sta per Garibaldi ed è entrato nella mia vita cinquantanni fa: lui aveva 20 anni, io sei. Lo portò in casa mio nonno Pietro, lo aveva conosciuto dalle parti di Figline Val d’Arno, orfano di padre e di madre. E da allora è rimasto: m’ha fatto da maggiordomo e da segretario, ha cresciuto me, i miei figli e adesso sta crescendo anche i miei nipoti. Poi c’è anche Niki, che arriva spesso, e anche Paoli è venuto ultimamente con Nicolò, il suo figlio piccolo. Una casa insomma affollata, dove però io mi sento anche molto indipendente, riesco ad isolarmi quando ne ho bisogno, e forse è perché rispetto la solitudine degli altri.»
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I Figli
Nella tua vita hai avuto vari amori, come ti comportavi con i figli?
«Certamente non potevo nascondere il rapporto che stavo vivendo, però non ho mai detto “questo è il tuo nuovo papà”, né investito i miei compagni di un’autorità che non gli apparteneva. Ho sempre cercato di farmi accettare per quello che sono, senza forzature e ipocrisie.»

Che voto ti daresti come madre?
«Non so… Credo nel miglioramento delle cose. E mi piace pensare che mia figlia sarà una madre migliore di me.»

Nei confronti dei figli non hai mai provato sensi di colpa?
«No. Non credo nell’enfasi dei grandi sentimenti. Preferisco le piccole cose della vita. Amare significa conoscere. E si conosce una persona anche nelle défaillances, nei difetti.»

Tua figlia Amanda è un termine di paragone per te?
«Con lei ho sperimentato ogni ruolo possibile. È stata figlia, amica, confidente, madre, nemica… il nostro rapporto, oggi, è maturato.
Amanda è uscita dall’età difficile. Ha superato il malessere di vivere dei 15-20 anni. Fra me e lei i colpi di scena sono finiti. Siamo come due sorelle, oggi.»

Anche tua figlia fa l’attrice. Cosa le insegni? Da cosa la metti in guardia?
«Amanda non ha bisogno di suggerimenti. Sa vedersela da sola. Io mi auguro che abbia, nei confronti del cinema, la stessa passione che ho avuto io. E quanto a metterla in guardia… avrei dovuto farlo se lei avesse cercato i guadagni immediati, il successo facile. Non è capitato e io non ho dovuto spiegarle nulla.»

E con tuo figlio, come va?
«Molto bene. Per molto tempo ho avuto paura che il fatto di vivere in una casa piena di donne potesse danneggiarlo. Oggi questo terrore non ce l’ho più. Peccato non aver potuto avere altri figli… è uno dei più grandi dolori della mia vita. Mi piacciono i figli. Mi piace la mia vita di donna , oltre ché quella di attrice.»

Dammi due flash che mi raccontino i tuoi rapporti con i figli.
«Due momenti belli, specialissimi. Quando Amanda, già adulta, mi ha detto: “Mamma, qualche volta mi sei mancata, però io sono felice che tu non abbia dovuto fare delle rinunce che potevano complicarti la vita e pesarti” . Le vado bene così come sono. La prima volta che ho visto Vito, medico, col camice, nel suo ospedale, mi sono commossa.
Sarò provinciale, ma io sono fiera di essere la mamma di un medico che ha tanta umanità e segue con amore tutti i pazienti.
»

Cos’è per te la maternità?
«Per me è il sentimento che prevale su tutto. Avrei voluto dieci figli, anche da dieci padri diversi. Ecco perché oggi sono molto attaccata ai nipotini. Per me i bambini sono tutto. Per questo ho rifiutato alcuni personaggi. Marco Ferreri mi aveva offerto di interpretare Il Seme dell’uomo. Ma quella rappresentazione della maternità era troppo violenta. Il suo Dillinger è morto mi aveva particolarmente attratto, ma rifiutai di fare quella donna incinta che si ferisce a colpi di pietra sulla pancia.»
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Il Sesso
Con il desiderio sessuale come va? Lo senti scemare?
«No, no, nessun calo. Sono un pò meno esuberante in tutti i campi della mia vita. Prima ero esagerata, una che sarebbe stata a letto a far l’amore un giorno intero. Mi andava di ballare? Tiravo tardi in pista nei locali fino all’alba e uscivo sfinita. Ecco, quel genere di perfor-mance l’ho accantonate, ma le voglie ci sono ancora tutte.»

Quindi il sesso conta sempre tanto per te ?
«Sicuro. È il sale della vita, è gioia, è fantasia, è capacità di comunicare. Prima però, quand'ero più soda, intendo, venivo un pò strattonata dal sesso. Ora lo padroneggio, riesco a isolarlo come componente della mia vita, a valutarlo, a centellinarlo. Oggi sono più sapiente, mentre prima il sesso mi lasciava vagamente stordita.»

Tu sei un caso di erotismo molto longevo…
«Per tornare a prima, alla “sodità”, io non mi sono mai spogliata per le riviste per soli uomini. Sai, quelle che ti offrono un tanto in base ai centimetri che scopri… Ho scelto il nudo d’autore solo sullo schermo, ho puntato alle buone sceneggiature, ai registi di talento. Se avessi svaccato in maniera commerciale oggi non potrei permettermi di fare la sciantosa con le caramelle in bocca. Sarei patetica.»

Non credi che il rapporto di una donna con l’eros sia fortemente segnato dalla felicità o meno del suo primo incontro d’amore?
«Eccome. Paoli fu semplicemente superbo con me, meraviglioso. Intanto lo amavo moltissimo ed ero ricambiata con pari intensità. E poi lui si è dedicato completamente a me. Si metteva lì, proprio di buona lena, con assoluto scrupolo, come se fosse un lavoro, ad incanalare questo bisogno che sgorgava dal mio corpo, a dargli una forma, un senso. In una parola coltivava il mio eros e lo faceva crescere armoniosamente. Il maestro si adoperava con l’allieva, per altro istintivamente dotata.»

Poi, con gli altri uomini, il sesso è stato sempre gradevole?
«C’è di buono che io non mi sono mai messa a fare la merciaia, quella che misura le prestazioni sessuali dei partner: meglio questo, peggio quello. Ma che discorsi sono? Ogni storia di sesso e innanzitutto una storia d’amore e io ricordo solo di essere stata amata. Ho accolto tutte le storie, pur diversissime tra loro, come una fortuna, una manna. E non mi sentirai mai lamentarmi.»

Sul set hai mai provato attrazione sessuale?
«Il set è il luogo meno adatto per un feeling di quel genere. Con tutte le luci addosso, i tecnici e la parrucchiera che ti assesta un capello, ti senti pronta per la vivisezione. Io però sul set riesco a valutare il partner che mi piace e quello che mi lascia freddina»

E se il partner ti piace?
«Siamo in scena e quindi è sempre finzione, simulazione pura: però, posso dire, c’è quel contatto di pelle che dura una frazione di secondo in più, quell’intensità maggiore nello sguardo. Diciamo che con un partner che mi piace io la scena me la godo.»

Ma le scene audaci, gli effetti speciali in camera da letto ti divertono, una volta che ci ti trovi in mezzo?
«Non è la parola giusta, divertimento. La parola giusta è professionalità. Mi diverte molto però notare, nelle scene di sesso, lo sconvolgente imbarazzo degli uomini. Ho visto partner famosi tremare di paura, ignudi davanti alla macchina da presa, perché, per storia, usi, costumi e tradizione, l’uomo non è abituato a spogliarsi, lui quando è nudo si sente proprio nudo.»
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L’Età
Come donna, non temi il passare degli anni?
«Penso che se arrivano le rughe, questo processo naturale sia affascinante perché racchiude mille momenti di una vita. Preferisco quindi avere un viso naturale e umano anziché operato.»

Non hai paura anche tu, come molte nostre comuni amiche, di rimanere vittima del fascino di un ventenne?
«Io diffido istintivamente di tutto ciò che complica la vita e me ne tengo prudentemente alla larga. Secondo me nel rapporto tra un ventenne e una cinquantenne il divario anagrafico si traduce prima o poi in una disarmonia che provoca dolore e sofferenza.»

Che cosa deve fare una cinquantenne per continuare a piacere?
«Io ho una sola ricetta: la semplicità, star bene nella propria pelle. È controproducente bardarsi con chincaglieria inutile: se il tuo collo mostra i primi cedimenti, non tentare di mascherarlo con una collana africana. Altrimenti indicherai a tutti in maniera patetica che ti senti in difetto proprio lì. Le gonnine stretch lasciale a tua figlia, ma però non ti mortificare eccessivamente.»
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La Personalità
Qual è il segreto della tua femminilità sempre così vivace?
«È un cocktail di ingenuità e di voglia di vivere. Io amo il sesso, amo l’amore, amo la vita con un entusiasmo quasi infantile.»

La tua realtà è rappresentata dal cinema o dalla vita?
«La vita mi ha insegnato molto e, comunque, io credo nell’equilibrio tra realtà e finzione.»

Equilibrio che magari tu credi di possedere?
«Penso proprio di sì.»

Nonostante tutto il tuo avventuroso passato?
«Perché no? La mia vita ha camminato di pari passo con il mio lavoro e le esperienze di vita e di lavoro mi sono servite d’insegnamento come se fossero unite da un legame interdipendente.»

Ma ti sono scivolate addosso?
«Non credo proprio. Come sarebbe possibile se si nasce “spugna”? È stato detto e scritto tutto sul mio conto, ma non mi pare di essere stata mai considerata una persona arida e insensibile. E poi gli altri che cosa ne sanno?»

Una “sbandata” che ha voluto provare tutto nella vita pubblica e privata. Hanno detto anche questo. Tu come rispondi?
«Che ogni essere umano è condizionabile in quanto è dotato di sensibilità, e a me è capitato di essere stata condizionata.»

Amore, lavoro, figli e poi, in ultimo, gli altri. Ma ti sei mai chiesta il perché delle cose? Ti sei guardata attorno cercando di vedere anche i problemi degli altri?
«Non ho il tempo per approfondire molto le cose. Sento parlare di quello che succede ma, in fondo, cerco sempre e soltanto la forza per trovare delle risposte alle domande dei miei figli. Non voglio parlare con loro per frasi fatte. Quello che capita, capita. La vita , in fondo, è un valzer. Lo so, è banale, perdona la mia banalità, ma i problemi sono sempre gli stessi. L’unica cosa è fare in modo che la vita ci assomigli.»

A 20 anni una figlia, il successo, molte tappe della vita già concluse. Come ti sentivi nei confronti della tua generazione?
«Non lo so, non ho mai affrontato i problemi della mia generazione né come donna, né come attrice. Vivevo nella vita e sullo schermo fuori dal tempo. I personaggi che rappresentavo nei miei film appartenevano ad altre generazioni e, come se fosse un gioco, riuscivo ad adattarmi a loro dimenticando la realtà dei mie anni.»

E la politica?
«Detesto la politica anche se mi hanno insegnato che tutto è politica. La detesto in quanto può condizionare ed è a sua volta condizio-nata.»

Mi pare un pò poco.
«La mia unica politica, la stessa che insegno ai miei figli, è quella di imparare ad essere delle persone di qualità.»

Cosa vuol dire?
«Essere una persona forte ma disponibile. Riuscire a giocare, a sdrammatizzare, senza perdere la propria integrità. O diventiamo dei robot o soccombiamo in modo poco dignitoso: ti pigli e ti butti via o diventi duro come un pezzo di ferro.»

E adesso?
«Adesso sto bene con quello che ho. Mi considero una privilegiata perché ho vissuto tutto molto presto e non mi chiedo che cosa sarà il domani. Se potessi vivere così fino alla fine dei miei giorni, sarei soddisfatta.»

Per un assoluto naturale come te, la dignità è stata, ed è, un valore?
«Oh, sì. Tutte le persone che ho amato, le ho sentite dignitose. Quanto a me, forse io non mi sento tanto dignitosa.
Ma che ti devo dire? Non me ne importa niente.»

Ma tu, ti riconosci, furba?
«Io credo di sì. Ma spero che me lo chiedi senza pensare che sia un’offesa…io sono furba nel senso che ho la capacità di sentire e presentire le cose. Non nel senso che ne approfitto: non sono una calcolatrice. Per niente.»

Golosa?
«Decisamente. Se c’è in frigo una torta che mi piace, non resisto. Mi alzo anche due o tre volte, fino a quando non l’ho finita. Il pollo arrosto poi mi fa impazzire. Solo a parlarne mi viene l’acquolina in bocca.»

Quali altri peccati capitali frequenti?
«Diciamo un pò tutti ma con misura»

Che cosa non tolleri?

«Il tradimento. Molti diranno: da che pulpito… Però quando io ho scelto un’altra persona l’ho fatto solo perché la storia che avevo si era logorata, finita.»

Che cosa ami di più?
«Essere stretta dai miei affetti, dal mio lavoro. Stare a tavola, chiacchierare con un bicchiere di vino. Ma un vino buono. E per non sbagliare, Giovanni, io e il nostro amico Sandro Bottega, quello della grappa Alexander, lo produciamo da soli. È un Chianti e l’abbiamo battezzato “Acino d’uva”. Che voglia di una di quelle serate in Toscana, in campagna, con il camino acceso, così erotiche, così rilassanti.»

Che cosa ti sei lasciato dietro le spalle?
«Gli eccessi. Che faranno allegria, ma fanno anche male. Insomma, una volta mi tuffavo a capofitto senza nemmeno contare fino a due. Adesso conto… però di quando in quando capita ancora che mi fermi a uno… una cosa è sicura: non sono più schiava della sensualità.»

Qual’è la qualità che apprezzi di più del tuo carattere?
«Senz’altro la semplicità anche se molto spesso scelgo le cose più complicate.»

Hai paura del futuro?
«Credo di non temerlo più di tanto. Sono una persona generosa… lo temo più per gli altri che per me stessa.»

Le scenate di gelosia continui a farle?
«Mi sono data una calmata. E comunque la mia collera fracassona aveva sempre motivi ben precisi. Davo di testa quando presagivo le corna e, ahimè, non mi sono mai sbagliata. Ma tant’è: meglio affrontare le emergenze della vita con semplicità e linearità.»

Si dice in giro della tua spregiudicatezza…è tutto vero?
«Sì, ma senza esagerare. Sono spregiudicata e pudica al tempo stesso. Non ho alcun imbarazzo a girare nuda per casa e non sto a misurare i centimetri di pelle che sporgono.»

Ti piacciono i peccatori?
«Li preferisco ai moralisti. Perché il peccatore in genere è uno che corre dei rischi. Al contrario, i virtuosi mi annoiano, con tutti i loro pregi e la loro saggezza ostentata. Ecco, la noia è la cosa che nella vita temo di più.»

Qual è stato il tuo più grande dolore?
«La morte di mia madre. L’ho vista andar via lentamente, doloro-samente, con la consapevolezza che la faceva soffrire lasciarmi sola con Amanda: È stato terribile, inevitabile e ingiusto. Un dolore come quello che ho vissuto io ti insegna a ridimensionare qualsiasi altra cosa, a sorridere anche del successo che si appanna.»

Sono passati molti anni da quando Pietro Germi ti scoprì. Sei molto cambiata da allora?
«Sono maturata, anche perché le esperienze della vita mi hanno arricchita molto. Comprese quelle negative. Oggi mi sento una donna completa, vera, anche se ho mantenuto tutti gli entusiasmi giovanili che spesso mi fanno sentire quasi coetanea dei miei figli. Di fondo, comunque, non sono cambiata molto: anche se oso, anche se accetto le sfide, debbo sempre credere nelle mie scelte, e allora riesco a fare tutto.»

Sei cresciuta dalle suore ma non hai il senso del peccato…
«No, non ho mai creduto ai limiti della cosiddetta moralità. Pensa che io andavo a fare la comunione perché mi piaceva l’ostia. In chiesa mi suggestionava l’odore dell’incenso, forse ci andavo solo per questo.»

Sei religiosa?
«Non credo in Dio, ma vivo in armonia con lo spirito che sento in ogni cosa: la natura, i rapporti sinceri tra esseri umani, la disponi-bilità agli altri.»

Ti piace stupire?
«Forse un pò mi diverte. Per me il cinema è realtà, e io credo e cerco di proporre l’essenza del mio essere, cioè il gioco. Sono leggera, cerco di arrivare alla gente giocando, perché non so giudicarmi, riflettere, studiarmi. Forse è vero quando dicono che ho una personalità poliedrica e che sono superficiale… però, io so bene chi sono, altri-menti come farei a vivere con me stessa?»

Hai parlato di senso del peccato, di educazione cattolica. Come hai vissuto questi problemi, questa realtà della nostra società e del nostro costume?
«Avevo poco più di 16 anni quando decisi per amore di mettere al mondo un figlio. Allora l’Italia non aveva ancora i consultori di adesso, non si discuteva ancora di sesso in televisione e nelle tavole rotonde. Io accettai Amanda con una enorme felicità e non ho mai rimpianto questa splendida decisione di metterla al mondo. Posso dire che nella mia vita non ho mai accettato compromessi capaci di intaccare quell’allegria che avevo avuto come modello d’educazione da mia madre. Ho avuto il coraggio e l’incoscienza dei miei gesti…e sono riuscita a restare allegra, felice di fare un buon lavoro, perfettamente soddisfatta della mia famiglia e dei miei figli. Ripeto: non è poco.»

Ti consideri bella?
«Assolutamente no. Sono gli altri che mi ci fanno sentire. Il mio è un corpaccione ben piantato da viareggina. Magari avrei preferito un petto meno pesante e delle gambe più magre, ma insomma posso accontentarmi. Comunque trovo più sensuale la mia testa che il mio corpo.»

Come ti definiresti?
«Non so, sono piena di contraddizioni, ma comunque abbastanza positiva e ottimista. Non ho certezze assolute: per me tutto è possibile. Posso migliorare, peggiorare, cambiare. Sono un essere umano con tutti i miei limiti, le mie grandezze e le mie passioni. Non sono fatta di legno.»

Sei una seduttrice o una sedotta?
«Una paracula, senz’altro. Scelgo io ma lascio credere che siano gli altri a scegliere.»

Ma da vecchina canuta, dove ti ritrovo?
«Ritorno là dove sono le mie radici, dove è cominciata la mia avventura. Da ragazzina pattinavo eccitata sul lungomare di Viare-ggio. Volevo vedere gli altri, i morosi, i vestiti delle mie amiche.
Cercherò una panchina al sole e starò a guardare i passanti. Perché la vita è lo spettacolo più bello in assoluto.»

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